Comunicato stampa

Mai-più-Fascismi-Mai-più-Razzismi

Il testo del comunicato elaborato da alcune delle sigle della nostra provincia che aderiscono all’appello nazionale “Mai più fascismi” rivolto a tutte le istituzioni democratiche del nostro Paese.

 

Le associazioni cittadine che aderiscono al documento nazionale “Mai più fascismi”, nel constatare i tentativi sempre più palesi e persistenti di diffondere i virus della violenza, del razzismo, del sessismo, del fascismo, ritengono indispensabile e non più rinviabile un’unione forte e decisa di tutte le realtà che considerano necessario ricostruire un tessuto etico e culturale per la nostra città.
Gli eventi verificatisi nel nostro territorio sono sotto gli occhi di tutti; le violenze razziste e le provocazioni neofasciste devono ricevere una risposta chiara, netta, ferma da parte di tutti coloro che, mossi dai principi e dai valori costituzionali, pensano che Benevento debba essere città di accoglienza, solidarietà, generosità e umanità.
Per questi motivi tutte le associazioni e le realtà cittadine e provinciali sono decise a mettere in atto una serie di azioni e prassi comuni per incidere effettivamente nel tessuto comunitario.
Nei prossimi giorni, dunque, avranno luogo delle riunioni e delle assemblee per:
– stabilire modalità e tempi per dare vita a confronti pubblici e aperti sulla necessità per la nostra città di avere una delibera comunale che, come già accade in altri territori, impedisca l’uso degli spazi pubblici per organizzazioni di stampo razzista e fascista contrarie ai principi della nostra Costituzione;
– promuovere una raccolta più capillare e decisa delle firme per l’appello “Mai più fascismi” e la possibilità di punti di incontro nei vari quartieri della nostra città per un confronto immediato e reale con la popolazione;
– organizzare una serie di dibattiti e incontri di preparazione al 25 Aprile;
– discutere delle modalità e di tutte le esigenze materiali e operative per organizzare la giornata del 25 Aprile per dare ancor più visibilità all’anima antifascista della nostra città e della nostra provincia.

ACLI – ANPI – ARCI – CGIL – LIBERA – LIBERI E UGUALI – PARTITO DEMOCRATICO – SINISTRA ITALIANA – UISP

 

Seminari Anpi: la letteratura resistenziale come epos per l’Italia repubblicana

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Il sesto appuntamento con i seminari dell’Anpi si è svolto venerdì 9 marzo alle 17,30 presso la sala Di Vittorio della Cgil di Benevento. I relatori, Corrado Tesauro e Lorenzo Covino, hanno presentato ai partecipanti un interessante intervento dal titolo Su alcuni temi della letteratura resistenziale offrendo interessanti parallelismi storico-letterari in particolar modo tra l’epica greca e la produzione letteraria scaturita dalla lotta di Resistenza.
«Era, il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano d’essere dei poeti, e tutti pensavano d’essere dei politici; tutti s’immaginavano che si potesse e si dovesse anzi far poesia di tutto, dopo tanti anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato e la realtà era stata guardata come di là da un vetro, in una vitrea, cristallina e muta immobilità. […] Nel tempo del fascismo, i poeti s’erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni. Ora c’erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. E la vendemmia fu generale, perché tutti ebbero l’idea di prendervi parte; e si determinò una confusione di linguaggio fra poesia e politica, le quali erano apparse mescolate insieme».
Da queste parole della scrittrice italiana Natalia Ginzburg è partito Corrado Tesauro per evidenziare quella che Calvino definì “l’esplosione letteraria” immediatamente succesiva alla fine della guerra, esplosione che presentava caratteri che andavano ben oltre un intento artistico-letterario, ma che si palesavano come “un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo”.
Fin dal principio prese vita una smania di comunicare, un’esigenza di raccontare la Resistenza non solo da parte degli scrittori, ma ancor prima e soprattutto a livello popolare, nei luoghi dove la vita quotidiana riprendeva a scorrere grazie alla rinata libertà.
A partire da questo aspetto, ha affermato Tesauro, la nuova società repubblicana e democratica sorta dalle ceneri della guerra e della lotta al nazifascismo può fondare se stessa sui testi nati dalla Resistenza considerabili alla stregua di una “enciclopedia tribale”, proprio come il filologo inglese Erik Havelock aveva considerato la poesia epica «che offre abbondanti esempi di tutti gli schemi e le forme di comportamento da osservare, pressoché in ogni situazione sociale, nella comunità». E come per Havelock «la continuità della tradizione culturale viene assicurata attraverso la reiterazione dell’esecuzione pubblica della poesia» così i poeti e gli scrittori possono e devono far emergere l’epicità intrinseca nella letteratura resistenziale nelle cui opere ritroviamo una testimonianza collettiva e di comunità.
In quell’epoca era viva la necessità per scrittori e poeti di dare vita al romanzo della Resistenza, di dare forma a quel mare di esperienze e di storie che vive e vibranti rischiavano col tempo, però, di perdersi e di svanire, ma allo stesso tempo, ha proseguito Tesauro, questa necessità, però, doveva sapersi coniugare con una prassi letteraria che non fosse distaccata dalla realtà e che non mirasse a calare dall’alto i propri valori sul popolo.
Un esempio di questa incapacità a collegarsi con la realtà, ha concluso Corrado Tesauro, è il romanzo Uomini e no di Elio Vittorini nel quale il protagonista è un intellettuale di estrazione borghese alla ricerca di una vita autentica che si unisce ai partigiani, ma resta distaccato da essi perché ha come obiettivo un fine personale, quello di riscattare se stesso e la propria esistenza e, di conseguenza, in tal modo naufraga inevitabilmente l’intento di creare un’opera collettiva.
Come ha scritto Asor Rosa, la Resistenza si presenta come la semplice occasione di un discorso, che ancora una volta trova le sue motivazioni al livello della cultura e della ricerca intellettuale, ma così facendo resta un un romanzo sulla Resistenza e non “il romanzo della Resistenza” ricercato da un’intera leva di scrittori-partigiani.

La parola è poi passata a Lorenzo Covino che si è soffermato in particolar modo sui romanzi di Calvino e Fenoglio, Il sentiero dei nidi di ragno e Il partigiano Johnny.
L’opera di Calvino, oltre che per il valore letterario, ha offerto notevoli spunti soprattutto per l’introduzione scritta dall’autore all’edizione del ’64. In essa lo scrittore e partigiano italiano affermava di voler «combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata». Calvino ha voluto con forza mostrare la Resistenza come fenomeno umano e per far questo non ha disdegnato di presentare i partigiani peggiori mettendo al centro del suo romanzo «un reparto tutto composto di tipi un po’ storti», ma nonostante ciò, i suoi partigiani evidenziavano, rispetto a benpensati e agiografi della Resistenza, una tensione di fondo, «un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!».
A questa considerazione, Calvino aggiunse anche un tentativo di motivare quella che possiamo considerare una sorta di epoché, di sospensione della valutazione «sul giudizio morale verso le persone e sul senso storico delle azioni di ciascuno di noi» perché, continua nell’introduzione, «per molti dei miei coetanei, era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt’a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall’altra sparavano o si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile».
A questo punto, ha proseguito Covino, se – come dice Calvino – solo il caso determinava il campo di battaglia cos’è che poteva salvare i partigiani? In cosa considerarli giusti rispetto ai repubblichini?
Una possibile risposta è ancora nelle parole di Calvino e in particolar modo nello scambio di battute tra Ferreira e Kim, comandanti partigiani, quando il primo chiede «quindi, lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?» e l’altro risponde «la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra».
Covino ha poi proseguito con l’analisi de Il partigiano Johnny, uno dei più importanti romanzi della Resistenza e della letteratura italiana, ma per fare ciò è nuovamente ritornato sull’introduzione a Il sentiero dei nidi di ragno e alle parole che Calvino dedicò a Fenoglio che «riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava […] e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata».
Se Una questione privata è, per riprendere le parole di Calvino, “il romanzo che tutti avevamo sognato”, per Covino e Tesauro, invece, Il partigiano Johnny può essere per l’Italia repubblicana quella enciclopedia tribale che per Havelock furono i poemi omerici per i greci perché racconta tutta l’esperienza della Resistenza, in ogni suo aspetto, in ogni sua forma anche attraverso scene di vita quotidiana.
Tre, in particolar modo, sono gli elementi epici nel partigiano Johnny: il valore della lotta, il valore della morte e il valore della testimonianza.
Il primo si mostra nella sua valenza paradigmatica perché la stessa guerra partigiana va aldilà della contingenza storica per mostrare il valore di ogni uomo che sfida e combatte tutto ciò che offende la vita.
Il valore della morte, invece, risiede nel fatto che senza i morti, senza i compagni di Johnny che cadono nulla avrebbe senso ed invece qui la morte trasforma un mero fatto non in storia, bensì in una sorta di griglia simbolica che consente la comprensione dei fatti stessi.
Infine, il valore della testimonianza che prende forza nella morte e dalla morte di chi ha combattuto, dalla narrazione degli orrori e della violenza non solo di quella guerra civile, ma di tutte le guerre, dalla capacità di offrire una riflessione toccata da un sentimento di pietas verso le vittime, di porsi interrogativi ultimi sull’uomo e sul suo destino.

Il prossimo appuntamento dei seminari dell’Anpi promossi dall’Officina di studi storico-politici “Maria Penna” è per venerdì 23 marzo alle 17.30 con Dolores Morra e Mariavittoria Albini che presenteranno due interventi, La Resistenza al Sud: temi e problemi storiografici e La strage di Faicchio nei documenti d’archivio.

di Dario Melillo

Venerdì 9 marzo appuntamento con i seminari Anpi

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Nella sala “Di Vittorio” della Cgil di Benevento venerdì 9 marzo alle ore 17.30 nuovo appuntamento con i seminari Anpi organizzati dall’Officina di Studi storico-politici Maria Penna.
Lorenzo Covino e Corrado Tesauro proporrano ai presenti un intervento dal titolo Su alcuni temi della letteratura resistenziale.

di ANPI BENEVENTO

Giovanni Cerchia su antifascismo e Resistenza nel Mezzogiorno

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Venerdì 9 febbraio alle 17.30 presso la sala Di Vittorio della Cgil l’Anpi di Benevento ha avuto il piacere e la fortuna di poter ospitare il professore Giovanni Cerchia, docente di storia contemporanea all’università del Molise.
Il professore Cerchia ha presentato al pubblico presente in sala, attraverso un intervento che ha suscitato un interessante dibattito conclusivo, i risultati di anni di ricerche confluite nell’opera La memoria tradita. La Seconda guerra mondiale nel Mezzogiorno d’Italia, Edizioni dell’Orso.
Il lavoro, che si è avvalso di numerosi documenti reperiti da archivi italiani e stranieri, pone al centro la questione della nostra identità nazionale che come scrive Cerchia “non è un dono della natura, un oggetto forgiato una volta e per sempre nelle officine della creazione”; l’identità, al contrario, è una categoria scivolosa, un meccanismo fragile, un sentimento, ma come ogni sentimento che si rispetti è capace di muovere il mondo, determina il nostro agire.
Questo sentimento è prodotto dalla memoria e per questo motivo l’identità degli italiani di oggi pone le sue radici nel ricordo di ciò che siamo stati nella seconda guerra mondiale, in tutto l’arco temporale della guerra e non solo nella sua fase conclusiva. Infatti, per troppo tempo la nostra Repubblica ha fondato la propria legittimità su antifascismo e Resistenza, su ciò che di meglio gli italiani hanno prodotto dall’unità ad oggi, senza tuttavia guardarsi dentro, senza fare luce su ciò che, invece, è stato il periodo che va dal 1940 al 1943. Infatti, ci siamo autoassolti, abbiamo costruito l’immagine di “italiani, brava gente”, abbiamo volutamente dimenticato e coperto il nostro ruolo di esecutori, carnefici, occupatori.
 Ci siamo dipinti e ritratti – scrive ancora Cerchia – “come guerrieri riluttanti, fascisti senza convinzione, eroi per caso”, abbiamo offerto a noi stessi e agli altri un’immagine tenera, gente buona costretta dalla sorte a fare quel che ha fatto, per riscattarci dal nostro passato nero.
In tutto questo processo di cancellazione e rivisitazione uno degli esiti più gravi è stato il “depennamento del Mezzogiorno dal racconto della Liberazione e della Resistenza”. Il Mezzogiorno, ha invece affermato con forza Giovanni Cerchia, ha espresso un livello di sofferenza inimmaginabile per il resto del paese. Si pensi, ad esempio, al fatto che la città più bombardata d’Italia è stata Napoli colpita in più riprese da inglesi, americani e tedeschi e che tutto il Mezzogiorno ha subito tanti di quei bombardamenti da far parlare di una “questione meridionale dei bombardamenti”.
Dalle carte, dunque, emerge che il Mezzogiorno non è affatto assente, ma semplicemente diverso: ad una prima fase sostanzialmente di resistenza patriottica durante la quale la guerra è stata fatta da soldati che privi di ordini hanno provato a resistere si è passati ad una seconda fase nella quale anche i civili hanno cominciato a combattere. Dopo Napoli sono insorte le altre città meridionali sempre con il connubio civili-militari. Questa diversità del Mezzogiorno, conclude Cerchia, ci deve far parlare anche per il sud Italia di Resistenza, senza paura di sbagliare e senza alcun timore di poter essere smentiti.
Nel meridione i comandi tedeschi ricevettero nuove regole di ingaggio, le stesse che la Wehrmacht utilizzò sul fronte orientale: fare terra bruciata, togliere tutte le risorse al territorio proprio per fiaccare ogni tentativo di resistenza e procacciarsi gli “schiavi” per costruire le linee di difesa contro gli alleati. La quasi totalità delle stragi naziste nel sud Italia avvenne dopo il settembre del 1943 quando ci fu un’ulteriore estremizzazione delle rappresaglie e si verificarono i principali eccidi in Terra di Lavoro, da Bellona a Conca della Campania.
Quelle stragi sarebbero dovute diventare il “perno di un ripensamento dell’identità regionale, una leva per riorganizzare le reti del potere politico e sociale dell’intero Mezzogiorno. Non è stata, non poteva essere, e non si volle che fosse come Marzabotto”.
La nostra storia, ha continuato Cerchia, è stata questa: una storia difficile, complicata, tormentata. 
Perchè è stata dimenticata? La risposta è da rintracciare in ragioni di carattere endogeno: ricostruire le linee di continuità nella filiera del potere da parte dei notabili liberali passati al fascismo e poi riciclatisi repubblicani.
In altri termini “si scelse di garantire una lineare continuità degli assetti economico-sociali e delle vecchie classi dirigenti, alle quali, in cambio di sostegno in funzione anticomunista, si prometteva di condonare i molti anni trascorsi all’ombra del fascio littorio. Non a caso, la stessa celebrazione del 25 aprile, data simbolo di una Repubblica fondata sui valori della Resistenza e dell’antifascismo, venne quasi dimenticata per un intero decennio, relegata ai margini dell’iniziativa e degli interessi del governo”. Oggi, grazie anche al lavoro importante di tanti storici e giovani ricercatori, c’è una nuova cornice nella quale poter inserire e dare senso alle tante vicende singole, individuali che altrimenti sarebbero rimaste senza voce e incomprensibili. Questa chiarezza, questa luce – ha concluso Cerchia – ci dà così il diritto di sapere la verità, ma al tempo stesso si manifesta nella forma di un moderno imperativo etico che ci  impone di ricordare.

Il prossimo appuntamento dei seminari dell’Anpi promossi dall’Officina di studi storico-politici “Maria Penna” è per venerdì 23 febbraio alle 17.30 con un intervento di Dario Melillo su Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo: quando l’etica non è a fondamento del diritto e della politica.

di Dario Melillo

Seminari Anpi: Ilaria Vergineo su Antifascismo e Resistenza in Gobetti e Bobbio

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Con il nuovo anno sono ripartiti i seminari organizzati dall’Officina di studi storico-politici Maria Penna dell’Anpi di Benevento e venerdì 19 gennaio il salone “Di Vittorio” della CGIL ha ospitato l’intervento di Ilaria Vergineo su Piero Gobetti e Norberto Bobbio: dall’antifascismo alla Resistenza.
Vergineo ha inaugurato il suo intervento motivando la volontà di muoversi tra i due intellettuali torinesi, sottolineando nel primo la riflessione lucida e “illuminata” retta da una grande passione etica e civile e nel secondo uno “sguardo sulla Resistenza mai banale, sempre semplice e diretto”.
L’Antifascismo e la Resistenza – ha proseguito Vergineo – vivono un rapporto che si potrebbe considerare simile a quello che è intercorso tra Illuminismo e Rivoluzione Francese e in quest’ottica non desta meraviglia che Gobetti si considerasse un seguace dell’Illuminismo: una “dimensione ideale”, quella antifascista, che sfocia nella “dimensione reale” della Resistenza.
L’elemento ideal-razionale è in chiara opposizione con il movimento fascista che, evidenzia Bobbio, si caratterizza come movimento antideologico, anzi un’ideologia negativa e, sempre su questa linea, Vergineo ha richiamato l’intervento di Umberto Eco, L’identikit del fascista, nel quale il grande semiologo annovera il culto dell’azione per l’azione e il rifiuto del pensiero critico tra gli  elementi caratteristici dell’essere fascista.
In realtà un tentativo di legittimare filosoficamente il Fascismo avviene, afferma Vergineo, con l’opera di Giovanni Gentile che prova a ricodificare il liberalismo, “piegando” la libertà dell’individuo e considerandola tale solo nella realizzazione statale, ma così facendo cancellandola.
Gobetti, al contrario, è un liberalista individualista nel senso della piena responsabilità delle proprie azioni e si potrebbe dire – continua Vergineo – che il suo sia stato un liberalismo pedagogico proprio perché pose al centro il problema educativo. Infatti egli vede una profonda impreparazione in quelli che vogliono governare il paese e che anzi, a causa di superficialità e demagogia, preparano solo la strada all’avvento del Fascismo.
Il deficit del paese è quello della mancanza di una rivoluzione liberale che dia vita ad «una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato». Per questa rivoluzione Gobetti guarda con attenzione al movimento operaio, unico movimento davvero laico che può paradossalmente dare vita a quella rivoluzione borghese mai esistita.
Questa rivoluzione, insieme pedagogica, civile e politica, è ancor di più necessaria poiché, ritiene Gobetti, durante il Fascismo emergono i vizi costitutivi del nostro paese; infatti, Mussolini è l’eroe rappresentativo dell’italiano che non cerca un governo, ma una disciplina paterna. In altri termini, afferma con forza Ilaria Vergineo, si baratta la libertà per la sicurezza con un movimento tipico di ogni regime totalitario.
Il Fascismo, come “autobiografia di una nazione”, diventa un atto di accusa nei confronti di quella arretratezza culturale del paese e dell’inadeguatezza delle sue classi dirigenti. L’assenza nel nostro paese dei processi di modernizzazione della società e della politica che in varie parti di Europa si sono manifestati con la riforma protestante e la nascita del capitalismo ha favorito la formazione di un animo servile perchè, afferma Vergineo citando Gobetti,  “né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi”.
È il profondo senso della libertà che fa dire a Gobetti che “il nostro antifascismo prima che un’ideologia, è un istinto”, che lo spinge a battersi contro quella italica pigrizia che allontana dalla lotta politica quando, invece, “non è lecito essere apolitici quando si difendono le ragioni e i diritti fondamentali della critica, del pensiero, della dignità”.
Per questi motivi, continua Ilaria Vergineo, risulta ancor più drammatica, ma allo stesso tempo nobile la breve vita di un giovanissimo intellettuale che subisce sulla pelle e nella carne la violenza fascista, ma che non ha paura ad invocare la ghigliottina nella speranza che solo un sacrificio estremo possa svegliare il sonno in cui versa il paese tutto.
Alla luce di queste considerazioni, che hanno stimolato alla fine dell’intervento un vibrante e interessante dibattito, Ilaria Vergineo ha concluso che bisogna comprendere la funzione sostanziale dell’educazione soprattutto in tempi di crisi perchè “il cambiamento nasce solo da un cambiamento culturale attraverso la missione educativa della scuola”.

Il 9 febbraio alle 17.30 sempre presso la Cgil di Benevento il quinto appuntamento con il professore Giovanni Cerchia che presenterà il suo libro intitolato La memoria tradita: la II Guerra Mondiale nel mezzogiorno d’Italia.

Dario Melillo

Seminari Anpi: si riparte venerdì 19 Gennaio

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Con il nuovo anno riprendono i seminari dell’Anpi di Benevento organizzati dall’Officina di studi storico-politici “Maria Penna”. Il prossimo appuntamento è previsto per venerdì 19 gennaio 2018 alle ore 17.30 nel salone “Di Vittorio” presso la CGIL di Benevento.
Ilaria Vergineo presenterà ai partecipanti un intervento dal titolo Piero Gobetti e Norberto Bobbio: dall’Antifascismo alla Resistenza.

Gruppi di difesa della donna

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Come Anpi del Sannio siamo felici e orgogliosi per l’egregio lavoro svolto dalla nostra vice-presidente Mariavittoria Albini che ha contribuito alla ricerca per le regioni meridionali, Lazio incluso, su i Gruppi di difesa della donna negli anni 1943-1945 resa pubblica e liberamente consultabile a fini di ricerca e a scopo didattico sul sito http://gdd.anpi.it.

Dopo due anni di lavoro sono stati pubblicati gli atti del convegno e i risultati della ricerca nati da un’idea del Coordinamento donne ANPI con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il 70° anniversario della Resistenza e della guerra di Liberazione.
I Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà (GDD) nascquero a Milano e Torino nel novembre 1943 con lo scopo di promuovere la Resistenza, aiutare le famiglie di partigiani, di carcerati, degli internati in Germania, ma allo stesso tempo di lottare espressamente per le donne e per i loro diritti. Le fondatrici dei GDD Lina Fibbi, Pina Palumbo, Ada Gobetti avevano posizioni politico-culturali diverse, ma tutte erano accomunate dall’antifascismo e in questa stessa ottica si mossero i Gruppi che, riprendendo lo spirito e l’impostazione del CLN, si posero come organizzazione, unitaria e di massa, di donne che condividevano il comune obiettivo della lotta al nazifascismo.
Anche se i GDD nacquero inizialmente per offrire un sostegno agli uomini impegnati nella lotta armata, tale compito puramente assistenziale venne immediatamente contraddetto, e materialmente contestato, dall’impegno attivo di molte delle donne coinvolte, un impegno consistente nell’attività di informazione, contropropaganda, collegamento, trasporto di ordini, stampa clandestina, armi e munizioni, sabotaggio e partecipazione diretta alla lotta armata.
Le donne dei GDD lavorarono soprattutto per il coinvolgimento delle altre donne nella vita politica, del momento resistenziale e del futuro, battendosi per la parità salariale, l’assistenza all’infanzia e alla maternità, la difesa delle lavoratrici madri, la partecipazione alla vita politica, il diritto al suffragio.
I GDD ebbero anche un proprio organo di stampa, ovviamente clandestino, il “Noi donne”, il cui primo numero fu pubblicato nell’aprile 1944 e che uscì fino alla Liberazione.
I GDD furono ufficialmente riconosciuti dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) nel giugno 1944. Le donne che vi parteciparono furono almeno 70.000.
La ricerca si è posta l’obiettivo di individuare e mappare sul territorio nazionale i documenti riconducibili ai Gruppi di Difesa della Donna e alle formazioni a essi legate prodotti nell’arco cronologico 1943-1945.

Qui è possibile scaricare il volume completo.

Dario Melillo

Seminario Anpi alla mostra fotografica Catalogna bombardata

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foto da www.ottopagine.it

 

La mostra fotografica Catalogna bombardata è stata inaugurata sabato 25 all’interno della Rocca dei Rettori. Ad aprire l’evento anche un incontro a più voci che l’Anpi Benevento ha voluto inserire all’interno del suo ciclo di seminari promossi dall’Officina di studi storico politici Maria Penna.

All’inizio del seminario è stata letta una lettera di saluto della professoressa Ida Mauro dell’università di Barcellona, animatrice dell’associazione italo-catalana AltraItalia e traduttrice della mostra dal catalano all’italiano che, non potendo essere presente, ha tenuto a far sentire la sua presenza e vicinanza all’evento.

Aldo Oliveri, della Società Filosofica Italiana – Sezione Napoletana “Giambattista Vico”, ha sottolineato l’importante questione “metodologica” messa in gioco dalla rivoluzione libertaria che cominciò durante le prime fasi della guerra civile spagnola. Infatti, la rivoluzione fu un concreto tentativo di emancipazione senza la necessità di una guida statale o di partito, un tentativo nel quale si diede risalto al valore della collettivizzazione e dell’autogestione a prescindere dalla posizione ideologica degli individui. Tuttavia, ha proseguito Oliveri, la parola d’ordine “prima la guerra e poi la rivoluzione” tentò e riuscì ad imbrigliare quello che può essere considerato il più grande tentativo di rivoluzione sociale di ispirazione anarchica e libertaria che fu tradito, ha concluso infine Oliveri, a livello dei dirigenti e non certo dalla base.

Nicola Di Matteo, docente di Economia politica all’università di Salerno, si è soffermato sulle condizioni macro e microeconomiche all’interno delle quali si sono dipanati gli eventi storici della guerra civile. In particolar modo si è concentrato sulla crisi economica degli anni trenta che ha rappresentato un fenomeno sociale che aveva le sue origini nel modo di produzione capitalistico: la produzione legata esclusivamente al guadagno. Di Matteo ha voluto, inoltre, evidenziare con forza come questa visione, tutt’ora centrale nella maggior parte dei paesi del mondo, non possa migliorare in maniera indefinita le condizioni di vita degli individui e debba, invece, fare i conti con la drammaticità delle ingiustizie sociali.

Infine Lorenzo Morricone, del Cento di documentazione Pasquale Martignetti, ha brevemente analizzato la dimensione africana della guerra civile spagnola e il peso dei 12000 uomini trasportati dall’Africa in Spagna sulle sorti della guerra ed inoltre ha ribadito come la violenza e la ferocia delle guerre europee di conquista coloniale siano state l’anticamera di ciò che poi si è realizzato sul fronte europeo. Proprio a tal riguardo Morricone ha voluto far presente il tentativo che il Centro Pasquale Martignetti sta cercando con forza di portare avanti per dar vita ad un giorno della memoria, il 19 febbraio, in ricordo delle vittime africane dell’imperialismo europeo.

La mostra sarà aperta ancora fino a giovedì 30.

Dario Melillo