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Venerdì 23 febbraio il sesto incontro dei seminari Anpi

21 febbraio 2018

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Presso il salone “Di Vittorio” della CGIL di Benevento venerdì 23 febbraio alle ore 17.30 il sesto incontro dei seminari Anpi promossi dall’Officina di studi storico-politici Maria Penna.
L’intervento, che sarà tenuto da Dario Melillo, ha come titolo “Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo”: quando l’etica non è a fondamento del diritto e della politica.

di ANPI BENEVENTO

Giovanni Cerchia su antifascismo e Resistenza nel Mezzogiorno

12 febbraio 2018

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Venerdì 9 febbraio alle 17.30 presso la sala Di Vittorio della Cgil l’Anpi di Benevento ha avuto il piacere e la fortuna di poter ospitare il professore Giovanni Cerchia, docente di storia contemporanea all’università del Molise.
Il professore Cerchia ha presentato al pubblico presente in sala, attraverso un intervento che ha suscitato un interessante dibattito conclusivo, i risultati di anni di ricerche confluite nell’opera La memoria tradita. La Seconda guerra mondiale nel Mezzogiorno d’Italia, Edizioni dell’Orso.
Il lavoro, che si è avvalso di numerosi documenti reperiti da archivi italiani e stranieri, pone al centro la questione della nostra identità nazionale che come scrive Cerchia “non è un dono della natura, un oggetto forgiato una volta e per sempre nelle officine della creazione”; l’identità, al contrario, è una categoria scivolosa, un meccanismo fragile, un sentimento, ma come ogni sentimento che si rispetti è capace di muovere il mondo, determina il nostro agire.
Questo sentimento è prodotto dalla memoria e per questo motivo l’identità degli italiani di oggi pone le sue radici nel ricordo di ciò che siamo stati nella seconda guerra mondiale, in tutto l’arco temporale della guerra e non solo nella sua fase conclusiva. Infatti, per troppo tempo la nostra Repubblica ha fondato la propria legittimità su antifascismo e Resistenza, su ciò che di meglio gli italiani hanno prodotto dall’unità ad oggi, senza tuttavia guardarsi dentro, senza fare luce su ciò che, invece, è stato il periodo che va dal 1940 al 1943. Infatti, ci siamo autoassolti, abbiamo costruito l’immagine di “italiani, brava gente”, abbiamo volutamente dimenticato e coperto il nostro ruolo di esecutori, carnefici, occupatori.
 Ci siamo dipinti e ritratti – scrive ancora Cerchia – “come guerrieri riluttanti, fascisti senza convinzione, eroi per caso”, abbiamo offerto a noi stessi e agli altri un’immagine tenera, gente buona costretta dalla sorte a fare quel che ha fatto, per riscattarci dal nostro passato nero.
In tutto questo processo di cancellazione e rivisitazione uno degli esiti più gravi è stato il “depennamento del Mezzogiorno dal racconto della Liberazione e della Resistenza”. Il Mezzogiorno, ha invece affermato con forza Giovanni Cerchia, ha espresso un livello di sofferenza inimmaginabile per il resto del paese. Si pensi, ad esempio, al fatto che la città più bombardata d’Italia è stata Napoli colpita in più riprese da inglesi, americani e tedeschi e che tutto il Mezzogiorno ha subito tanti di quei bombardamenti da far parlare di una “questione meridionale dei bombardamenti”.
Dalle carte, dunque, emerge che il Mezzogiorno non è affatto assente, ma semplicemente diverso: ad una prima fase sostanzialmente di resistenza patriottica durante la quale la guerra è stata fatta da soldati che privi di ordini hanno provato a resistere si è passati ad una seconda fase nella quale anche i civili hanno cominciato a combattere. Dopo Napoli sono insorte le altre città meridionali sempre con il connubio civili-militari. Questa diversità del Mezzogiorno, conclude Cerchia, ci deve far parlare anche per il sud Italia di Resistenza, senza paura di sbagliare e senza alcun timore di poter essere smentiti.
Nel meridione i comandi tedeschi ricevettero nuove regole di ingaggio, le stesse che la Wehrmacht utilizzò sul fronte orientale: fare terra bruciata, togliere tutte le risorse al territorio proprio per fiaccare ogni tentativo di resistenza e procacciarsi gli “schiavi” per costruire le linee di difesa contro gli alleati. La quasi totalità delle stragi naziste nel sud Italia avvenne dopo il settembre del 1943 quando ci fu un’ulteriore estremizzazione delle rappresaglie e si verificarono i principali eccidi in Terra di Lavoro, da Bellona a Conca della Campania.
Quelle stragi sarebbero dovute diventare il “perno di un ripensamento dell’identità regionale, una leva per riorganizzare le reti del potere politico e sociale dell’intero Mezzogiorno. Non è stata, non poteva essere, e non si volle che fosse come Marzabotto”.
La nostra storia, ha continuato Cerchia, è stata questa: una storia difficile, complicata, tormentata. 
Perchè è stata dimenticata? La risposta è da rintracciare in ragioni di carattere endogeno: ricostruire le linee di continuità nella filiera del potere da parte dei notabili liberali passati al fascismo e poi riciclatisi repubblicani.
In altri termini “si scelse di garantire una lineare continuità degli assetti economico-sociali e delle vecchie classi dirigenti, alle quali, in cambio di sostegno in funzione anticomunista, si prometteva di condonare i molti anni trascorsi all’ombra del fascio littorio. Non a caso, la stessa celebrazione del 25 aprile, data simbolo di una Repubblica fondata sui valori della Resistenza e dell’antifascismo, venne quasi dimenticata per un intero decennio, relegata ai margini dell’iniziativa e degli interessi del governo”. Oggi, grazie anche al lavoro importante di tanti storici e giovani ricercatori, c’è una nuova cornice nella quale poter inserire e dare senso alle tante vicende singole, individuali che altrimenti sarebbero rimaste senza voce e incomprensibili. Questa chiarezza, questa luce – ha concluso Cerchia – ci dà così il diritto di sapere la verità, ma al tempo stesso si manifesta nella forma di un moderno imperativo etico che ci  impone di ricordare.

Il prossimo appuntamento dei seminari dell’Anpi promossi dall’Officina di studi storico-politici “Maria Penna” è per venerdì 23 febbraio alle 17.30 con un intervento di Dario Melillo su Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo: quando l’etica non è a fondamento del diritto e della politica.

di Dario Melillo

Seminari Anpi: Ilaria Vergineo su Antifascismo e Resistenza in Gobetti e Bobbio

21 gennaio 2018

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Con il nuovo anno sono ripartiti i seminari organizzati dall’Officina di studi storico-politici Maria Penna dell’Anpi di Benevento e venerdì 19 gennaio il salone “Di Vittorio” della CGIL ha ospitato l’intervento di Ilaria Vergineo su Piero Gobetti e Norberto Bobbio: dall’antifascismo alla Resistenza.
Vergineo ha inaugurato il suo intervento motivando la volontà di muoversi tra i due intellettuali torinesi, sottolineando nel primo la riflessione lucida e “illuminata” retta da una grande passione etica e civile e nel secondo uno “sguardo sulla Resistenza mai banale, sempre semplice e diretto”.
L’Antifascismo e la Resistenza – ha proseguito Vergineo – vivono un rapporto che si potrebbe considerare simile a quello che è intercorso tra Illuminismo e Rivoluzione Francese e in quest’ottica non desta meraviglia che Gobetti si considerasse un seguace dell’Illuminismo: una “dimensione ideale”, quella antifascista, che sfocia nella “dimensione reale” della Resistenza.
L’elemento ideal-razionale è in chiara opposizione con il movimento fascista che, evidenzia Bobbio, si caratterizza come movimento antideologico, anzi un’ideologia negativa e, sempre su questa linea, Vergineo ha richiamato l’intervento di Umberto Eco, L’identikit del fascista, nel quale il grande semiologo annovera il culto dell’azione per l’azione e il rifiuto del pensiero critico tra gli  elementi caratteristici dell’essere fascista.
In realtà un tentativo di legittimare filosoficamente il Fascismo avviene, afferma Vergineo, con l’opera di Giovanni Gentile che prova a ricodificare il liberalismo, “piegando” la libertà dell’individuo e considerandola tale solo nella realizzazione statale, ma così facendo cancellandola.
Gobetti, al contrario, è un liberalista individualista nel senso della piena responsabilità delle proprie azioni e si potrebbe dire – continua Vergineo – che il suo sia stato un liberalismo pedagogico proprio perché pose al centro il problema educativo. Infatti egli vede una profonda impreparazione in quelli che vogliono governare il paese e che anzi, a causa di superficialità e demagogia, preparano solo la strada all’avvento del Fascismo.
Il deficit del paese è quello della mancanza di una rivoluzione liberale che dia vita ad «una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato». Per questa rivoluzione Gobetti guarda con attenzione al movimento operaio, unico movimento davvero laico che può paradossalmente dare vita a quella rivoluzione borghese mai esistita.
Questa rivoluzione, insieme pedagogica, civile e politica, è ancor di più necessaria poiché, ritiene Gobetti, durante il Fascismo emergono i vizi costitutivi del nostro paese; infatti, Mussolini è l’eroe rappresentativo dell’italiano che non cerca un governo, ma una disciplina paterna. In altri termini, afferma con forza Ilaria Vergineo, si baratta la libertà per la sicurezza con un movimento tipico di ogni regime totalitario.
Il Fascismo, come “autobiografia di una nazione”, diventa un atto di accusa nei confronti di quella arretratezza culturale del paese e dell’inadeguatezza delle sue classi dirigenti. L’assenza nel nostro paese dei processi di modernizzazione della società e della politica che in varie parti di Europa si sono manifestati con la riforma protestante e la nascita del capitalismo ha favorito la formazione di un animo servile perchè, afferma Vergineo citando Gobetti,  “né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi”.
È il profondo senso della libertà che fa dire a Gobetti che “il nostro antifascismo prima che un’ideologia, è un istinto”, che lo spinge a battersi contro quella italica pigrizia che allontana dalla lotta politica quando, invece, “non è lecito essere apolitici quando si difendono le ragioni e i diritti fondamentali della critica, del pensiero, della dignità”.
Per questi motivi, continua Ilaria Vergineo, risulta ancor più drammatica, ma allo stesso tempo nobile la breve vita di un giovanissimo intellettuale che subisce sulla pelle e nella carne la violenza fascista, ma che non ha paura ad invocare la ghigliottina nella speranza che solo un sacrificio estremo possa svegliare il sonno in cui versa il paese tutto.
Alla luce di queste considerazioni, che hanno stimolato alla fine dell’intervento un vibrante e interessante dibattito, Ilaria Vergineo ha concluso che bisogna comprendere la funzione sostanziale dell’educazione soprattutto in tempi di crisi perchè “il cambiamento nasce solo da un cambiamento culturale attraverso la missione educativa della scuola”.

Il 9 febbraio alle 17.30 sempre presso la Cgil di Benevento il quinto appuntamento con il professore Giovanni Cerchia che presenterà il suo libro intitolato La memoria tradita: la II Guerra Mondiale nel mezzogiorno d’Italia.

Dario Melillo

Seminari Anpi: si riparte venerdì 19 Gennaio

8 gennaio 2018

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Con il nuovo anno riprendono i seminari dell’Anpi di Benevento organizzati dall’Officina di studi storico-politici “Maria Penna”. Il prossimo appuntamento è previsto per venerdì 19 gennaio 2018 alle ore 17.30 nel salone “Di Vittorio” presso la CGIL di Benevento.
Ilaria Vergineo presenterà ai partecipanti un intervento dal titolo Piero Gobetti e Norberto Bobbio: dall’Antifascismo alla Resistenza.

Don Milani e Dom Franzoni al centro del terzo seminario Anpi

18 dicembre 2017


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Venerdì 15 dicembre Amerigo Ciervo ha presentato ai partecipanti al terzo seminario Anpi i ritratti di don Lorenzo Milani e dom Giovanni Franzoni.
L’intervento ha dato ampio spazio all’inquadramento storico per sottolineare e dare risalto al carattere profetico delle parole e delle azioni del priore di Barbiana e dell’ex abate di San Paolo fuori le mura, parole ed azioni che pur provenendo da un mondo religioso hanno contribuito alla formazione di una religione laica, di un comune sentire circa i grandi temi dell’esistenza visti non nell’ottica di una particolare fede, ma in quella dell’essere umano.
Ciervo ha evidenziato fin da subito che per don Milani il problema era già chiaro alla fine degli anni Cinquanta: una Chiesa che cammina con i forti e lascia per strada i deboli. Per don Milani questa constatazione non era, però, limitata al solo ambito ecclesiastico, ma riguardava l’intera società italiana e il suo conservatorismo socio-economico, ovvero l’ingiustizia di lasciare i poveri nella povertà e i ricchi nell’opulenza. Ed è proprio perché i poveri “chiamano” che don Lorenzo sceglie di fare scuola, cerca di mettere in correlazione Vangelo e Costituzione.
La scuola, in altri termini, come mezzo di apostolato, una scelta fatta suo malgrado, per necessità, per un’esigenza di giustizia anche col rischio – concretizzatosi poi – di mettere in secondo piano il suo essere prete, i suoi doveri sacerdotali.
Il profeta don Milani – continua Ciervo – è stato anche accusato del lassismo della scuola pubblica italiana a causa della pedagogia della scuola di Barbiana, quella scuola che nasceva dalla convinzione che i poveri dovessero acquisire prima di tutto la parola per la conoscenza, la conquista e la difesa dei propri diritti, quella scuola nella quale si studiava 12 ore al giorno per 365 giorni all’anno.
Don Milani, invece, aveva semplicemente capito in netto anticipo ciò che ancora oggi molti si ostinano a non vedere e/o capire, ovvero che la scuola non potrà mai essere un’azienda perché la scuola non può e non deve essere il luogo dell’ingiustizia dove si fanno parti uguali tra disuguali, la scuola non può e non deve essere il luogo dove cercare di circoscrivere in una riserva indiana le eccellenze, ma deve essere il luogo dell’inclusione dove le eccellenze, quando ci sono, contribuiscono allo sviluppo di ogni persona all’interno della comunità.

Ciervo ha poi proseguito su dom Franzoni partendo anche da ricordi personali e dalla fortuna, in più di un’occasione, di una vicinanza all’ex abate che gli ha consentito di cogliere in prima persona lo spessore dell’uomo oltre che del religioso.
Franzoni è stato il più giovane partecipante al Vaticano II, la punta di diamante di quella parte di mondo cattolico che nel referendum del 1974 si espresse a favore del divorzio.
Tuttavia, quello fu solo un episodio, forse uno dei più eclatanti da un punto di vista del messaggio pubblico, ma di certo si può dire che Giovanni Franzoni sottoponeva la Chiesa intera a pressioni costanti in nome dell’annuncio evangelico e sostenuto dalla forza del messaggio della chiesa delle origini.
Egli ha sempre utilizzato – ha continuato Ciervo – la Bibbia e i padri della Chiesa per analizzare la realtà del suo tempo, per attaccare il potere e chi solo quello cercava, per scuotere la Chiesa divenuta parte integrante del sistema capitalistico contemporaneo.
Sospeso a divinis nel 1974 e poi ridotto alla stato laicale, Franzoni ha proseguito per tutta la sua vita, conclusasi nel luglio di quest’anno, nel solco di quei problemi e di quelle tematiche affrontate nelle omelie a San Paolo fuori le mura.
Come scrisse Pasolini recensendo il libro di Dom Franzoni Omelie a San Paolo fuori le mura (Mondadori, 1974): «Non c’è predica di Dom Franzoni, che, prendendo convenzionalmente il pretesto o dal Vangelo o dalle Lettere di San Paolo, non arrivi, implacabile, ad attaccare il potere nel suo ultimo immancabile delitto: in tutte le parti del mondo […].
Ora, tutto ciò, se detto o fatto da un laico, è quasi normale: sia pure nell’ambito di una élite culturale e politica. Detto e fatto da un prete, invece, è quasi commovente. Non mi è capitato poche volte leggendo queste prediche di dover dominare un’eccitata commozione. […] Ora un uomo come Dom Franzoni è stato sospeso dall’autorità vaticana a divinis. Tanto meglio. Resta però da chiedersi se per caso in Vaticano non si sia completamente dimenticato in che consistano le “cose divine”, e se i vescovi che al Sinodo si dichiarano progressisti non siano degli ipocriti, quando l’unico modo di essere progressista, per un prete, è evidentemente esserlo in modo estremistico (ossia cristiano) come Giovanni Franzoni».

Il prossimo appuntamento dei seminari Anpi promossi dall’Officina di studi storico politici Maria Penna è previsto per il 19 gennaio 2018 con un intervento di Ilaria Vergineo su Piero Gobetti e Norberto Bobbio: dall’antifascismo alla Resistenza.

Dario Melillo

Terzo incontro dei seminari dell’Officina di studi Maria Penna

14 dicembre 2017

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Domani venerdì 15 dicembre alle ore 17, presso la sala “Di Vittorio” della CGIL di Benevento, ci sarà il terzo incontro del ciclo seminariale a cura dell’Officina di studi storico-politici Maria Penna dell’ANPI di Benevento.
Amerigo Ciervo proporrà un intervento dal titolo Lorenzo Milani e Giovanni Franzoni: i profeti giungono sempre in anticipo.