Archivio per dicembre 2017

Don Milani e Dom Franzoni al centro del terzo seminario Anpi

18 dicembre 2017


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Venerdì 15 dicembre Amerigo Ciervo ha presentato ai partecipanti al terzo seminario Anpi i ritratti di don Lorenzo Milani e dom Giovanni Franzoni.
L’intervento ha dato ampio spazio all’inquadramento storico per sottolineare e dare risalto al carattere profetico delle parole e delle azioni del priore di Barbiana e dell’ex abate di San Paolo fuori le mura, parole ed azioni che pur provenendo da un mondo religioso hanno contribuito alla formazione di una religione laica, di un comune sentire circa i grandi temi dell’esistenza visti non nell’ottica di una particolare fede, ma in quella dell’essere umano.
Ciervo ha evidenziato fin da subito che per don Milani il problema era già chiaro alla fine degli anni Cinquanta: una Chiesa che cammina con i forti e lascia per strada i deboli. Per don Milani questa constatazione non era, però, limitata al solo ambito ecclesiastico, ma riguardava l’intera società italiana e il suo conservatorismo socio-economico, ovvero l’ingiustizia di lasciare i poveri nella povertà e i ricchi nell’opulenza. Ed è proprio perché i poveri “chiamano” che don Lorenzo sceglie di fare scuola, cerca di mettere in correlazione Vangelo e Costituzione.
La scuola, in altri termini, come mezzo di apostolato, una scelta fatta suo malgrado, per necessità, per un’esigenza di giustizia anche col rischio – concretizzatosi poi – di mettere in secondo piano il suo essere prete, i suoi doveri sacerdotali.
Il profeta don Milani – continua Ciervo – è stato anche accusato del lassismo della scuola pubblica italiana a causa della pedagogia della scuola di Barbiana, quella scuola che nasceva dalla convinzione che i poveri dovessero acquisire prima di tutto la parola per la conoscenza, la conquista e la difesa dei propri diritti, quella scuola nella quale si studiava 12 ore al giorno per 365 giorni all’anno.
Don Milani, invece, aveva semplicemente capito in netto anticipo ciò che ancora oggi molti si ostinano a non vedere e/o capire, ovvero che la scuola non potrà mai essere un’azienda perché la scuola non può e non deve essere il luogo dell’ingiustizia dove si fanno parti uguali tra disuguali, la scuola non può e non deve essere il luogo dove cercare di circoscrivere in una riserva indiana le eccellenze, ma deve essere il luogo dell’inclusione dove le eccellenze, quando ci sono, contribuiscono allo sviluppo di ogni persona all’interno della comunità.

Ciervo ha poi proseguito su dom Franzoni partendo anche da ricordi personali e dalla fortuna, in più di un’occasione, di una vicinanza all’ex abate che gli ha consentito di cogliere in prima persona lo spessore dell’uomo oltre che del religioso.
Franzoni è stato il più giovane partecipante al Vaticano II, la punta di diamante di quella parte di mondo cattolico che nel referendum del 1974 si espresse a favore del divorzio.
Tuttavia, quello fu solo un episodio, forse uno dei più eclatanti da un punto di vista del messaggio pubblico, ma di certo si può dire che Giovanni Franzoni sottoponeva la Chiesa intera a pressioni costanti in nome dell’annuncio evangelico e sostenuto dalla forza del messaggio della chiesa delle origini.
Egli ha sempre utilizzato – ha continuato Ciervo – la Bibbia e i padri della Chiesa per analizzare la realtà del suo tempo, per attaccare il potere e chi solo quello cercava, per scuotere la Chiesa divenuta parte integrante del sistema capitalistico contemporaneo.
Sospeso a divinis nel 1974 e poi ridotto alla stato laicale, Franzoni ha proseguito per tutta la sua vita, conclusasi nel luglio di quest’anno, nel solco di quei problemi e di quelle tematiche affrontate nelle omelie a San Paolo fuori le mura.
Come scrisse Pasolini recensendo il libro di Dom Franzoni Omelie a San Paolo fuori le mura (Mondadori, 1974): «Non c’è predica di Dom Franzoni, che, prendendo convenzionalmente il pretesto o dal Vangelo o dalle Lettere di San Paolo, non arrivi, implacabile, ad attaccare il potere nel suo ultimo immancabile delitto: in tutte le parti del mondo […].
Ora, tutto ciò, se detto o fatto da un laico, è quasi normale: sia pure nell’ambito di una élite culturale e politica. Detto e fatto da un prete, invece, è quasi commovente. Non mi è capitato poche volte leggendo queste prediche di dover dominare un’eccitata commozione. […] Ora un uomo come Dom Franzoni è stato sospeso dall’autorità vaticana a divinis. Tanto meglio. Resta però da chiedersi se per caso in Vaticano non si sia completamente dimenticato in che consistano le “cose divine”, e se i vescovi che al Sinodo si dichiarano progressisti non siano degli ipocriti, quando l’unico modo di essere progressista, per un prete, è evidentemente esserlo in modo estremistico (ossia cristiano) come Giovanni Franzoni».

Il prossimo appuntamento dei seminari Anpi promossi dall’Officina di studi storico politici Maria Penna è previsto per il 19 gennaio 2018 con un intervento di Ilaria Vergineo su Piero Gobetti e Norberto Bobbio: dall’antifascismo alla Resistenza.

Dario Melillo

Terzo incontro dei seminari dell’Officina di studi Maria Penna

14 dicembre 2017

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Domani venerdì 15 dicembre alle ore 17, presso la sala “Di Vittorio” della CGIL di Benevento, ci sarà il terzo incontro del ciclo seminariale a cura dell’Officina di studi storico-politici Maria Penna dell’ANPI di Benevento.
Amerigo Ciervo proporrà un intervento dal titolo Lorenzo Milani e Giovanni Franzoni: i profeti giungono sempre in anticipo.

Italiani, brava gente? Una nota del presidente Ciervo

9 dicembre 2017

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Italiani, brava gente
è un film di Giuseppe De Santis. Non bello come Riso amaro, che è uno dei capolavori del neorealismo italiano, con quel rapinoso quartetto di bellissime/i (Mangano, Dowing, Gassman, Vallone), ma utilissimo per avviare una riflessione, amara forse, ma necessaria, sullo stato di salute del paese, proprio in virtù di quel titolo, che reitera il più consolidato stereotipo, da noi medesimi forgiato, e, sempre a piene mani, utilizzato per descriverci. In realtà: per autoassolverci da tutte le colpe collettive commesse nei centocinquanta anni e passa della nostra storia nazionale.
Molto opportunamente, lo storico Angelo Del Boca, una quarantina d’anni dopo, sistema, a chiusura della celeberrima e “fortunata” espressione, un punto interrogativo grande quanto un grattacielo. Si trattava di fare i conti – ciò che, solitamente, fanno gli storici – con i crimini italiani in Africa e, in generale, con il colonialismo italiano, un’operazione storica che finì, però, per scontrarsi con quella sorta di archeologico fake, da tutti (o quasi) accettato, che, a priori, impediva la possibilità stessa di affermare certe tristissime verità (uso di gas, deportazioni di massa e, allargandoci ad altre “res gestae” italiche, occupazione e trasformazione in provincia della Slovenia, senza dimenticare mai le tragiche imprese compiute dalle varie “bande”, Carità e Koch, durante la Resistenza) “perché siamo, appunto, brava gente.”
Una passeggiatina in rete, fatta, ovviamente, “sine ira et studio”, che significa senza animosità  né pregiudizio, ci porta a concludere che l’espressione “Italiani, brava gente”, non è solo uno stereotipo ma è una menzogna. Una vera e propria balla. E, con l’autunno che sta finendo, ritorna l’imperativo categorico di riflettere su quanto si vede, si sente e si legge in giro. Sulle spiagge, nei bar, a passeggio con gli amici o nello studio del medico di base. Non c’è da essere ottimisti. Da qualunque parte la si guardi, sembra che il nostro paese si avvii verso un degrado – culturale, sociale politico, economico – da cui sarà sempre più difficile salvarsi. Ci avviamo a ricordare i settant’anni della Costituzione repubblicana e antifascista in una condizione di smarrimento totale e di generalizzato disagio. L’odio razziale – generato da quel fascismo, sempre con cura allevato e sempre gelosamente conservato nella pancia più profonda di vasti settori della nostra società, si fa per dire, civile e, anzi, perennemente rigenerato e rivisitato, negli ultimi anni, con i potentissimi e seducenti mezzi che i novelli padroni del mondo ci hanno messo a disposizione – oggi si riversa nei confronti dei poveri cristi dalla pelle nera che ci “infastidiscono” quando andiamo a riempire di cento prodotti i nostri carrelli anche di domenica. Caspita, che bello! Anche di notte. E si riversa, inoltre, su alcuni personaggi “simbolici”, per esempio la presidente della Camera, Laura Boldrini, sulla quale giornalisti – si fa sempre per dire – e uomini e donne che frequentano il web – hanno gareggiato nel confezionare, quasi ogni giorno, una serie infinita di “nefandezze”.
Una delle cause va ritrovata senza dubbio nel berlusconismo, una sorta di rivisitazione moderna della Weltschaung italica, oscillante tra la “zona d’ombra”, in cui prospera la maggioranza silenziosa, solitamente agghindata da “moderati” che si rispecchiano e si crogiolano nei titoli grevi e volgari dei giornali di riferimento, e i gruppi che covano, ed esplicitamente confessano, il desiderio e l’aspirazione, di rimettere in circolo il fascismo peggiore.
Ricordo che, nella nostra infanzia e nella nostra adolescenza, la vigilia o la sera del 25 aprile la TV della RAI democristiana – la stessa che censurava canzoni come “Si chiamava Gesù” di De André o “Dio è morto” di Guccini – trasmetteva gli straordinari film degli anni Cinquanta e Sessanta, che riempivano i nostri due vuoti: quello relativo alla conoscenza dei fatti, degli eventi (Fosse Ardeatine, Marzabotto, Boves, i fratelli Cervi) e l’altro, quello educante ad una religione civile di cui, lo si voglia o no, il tratto più eticamente qualificante è rappresentato proprio dalla lotta contro il nazifascismo. Poi cominciò la deriva di “Striscia la notizia” e della “Ruota della fortuna”, trasmissione, quest’ultima, a cui pare abbia trionfalmente partecipato, da giovane, anche il segretario PD. E quei film vennero riposti nei depositi della dimenticanza: roba vecchia, lagnosa, ripetitiva. Avanti, verso la modernità luccicante degli anni Ottanta, i pessimi, sotto tutti i sensi, anni Ottanta.
E’ dalla tragedia berlusconiana che derivano le terribili farse di questi giorni. Sul palcoscenico di un teatro, che ricorda, sempre di più, le antiche, maleodoranti sale di periferia – quelle sale dove, di mattina, per la proiezione delle undici, era facile incontrare vecchi in crisi di astinenza sessuale e studenti tutti intenti a praticare, molti anni prima della “buona scuola”, l’alternanza scuola-lavoro – si agitano leader improbabili, giovanili, aitanti, laccati, sostenuti da quei media di regime che sono soliti scandire, con le loro scelte, agende e narrazioni. Tutti, ben lo sappiamo, culturalmente muti ed eticamente sordi.
Sicché, per noi, l’unica prospettiva è quella di vigilare democraticamente, come si diceva una volta, e convincere le persone, giovani e meno giovani, a prendere (o a riprendere) in mano libri di storia, partecipare a seminari di studi, rivedersi un po’ di film e, soprattutto, mettere finalmente da parte lo sdoganamento e la banalizzazione dell’era berlusconiana, ritornando a essere “partigiani”, cioè stando dalla parte della libertà, della dignità, della democrazia, dell’uguaglianza. In breve, dalla parte della Costituzione. Ora è il tempo. Gingillarsi e cincischiare potrebbe essere pericoloso.

Il presidente dell’Anpi Sannio
Amerigo Ciervo